Juliette – Capitolo 8

scritto da Nigthafter
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Immagine di Nigthafter
Autore del testo Nigthafter
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Avvicinandosi, vide l’ambulanza e il furgone blu della gendarmeria fermi sulla sabbia, con i solchi profondi dei pneumatici che squarciavano la battigia come ferite.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – Capitolo 8
di Nigthafter

Juliette – Capitolo 8


Marcel si era svegliato con un’intima sensazione di ottimismo.
L’incontro di quel pomeriggio con lo studioso locale e le leggende che ruotavano attorno al nome di Juliette sembravano promettere l’ispirazione che era venuto a cercare a Escalles-sur-Dunes.
Finalmente, nel pomeriggio, ne avrebbe saputo di più.
Dopo aver divorato la ricca colazione preparata da René, uscì dal B&B pervaso da un’energia nuova e si diresse verso la spiaggia con un solo pensiero: rivedere l’affascinante sconosciuta del giorno prima.
Non sapeva dirsi cosa avvertisse nel profondo, ma sentiva che il cuore gli batteva un po’ più forte.
Quando emerse dal folto della pineta, l’aria salmastra gli schiaffeggiò il viso. Sul sentiero che scendeva all’arenile trovò un capannello di persone che parlottavano concitate, i volti tesi.
Qualcosa non andava.
Avvicinandosi, vide l’ambulanza e il furgone blu della gendarmeria fermi sulla sabbia, con i solchi profondi dei pneumatici che squarciavano la battigia come ferite.
Agenti in divisa tenevano indietro i curiosi.
Più in là, sulla spiaggia aperta, figure in tuta bianca del TIC si muovevano come spettri intorno a un corpo disteso.
Il vento gelido incollava i vestiti alla pelle e costringeva tutti a strizzare gli occhi per difendersi dalla sabbia pungente.
Altri tre, di cui due in divisa e uno in borghese stavano più discosti e parlavano fitto tra loro.
Un fotografo scattava raffiche di flash che illuminavano a tratti il cadavere. L’intera zona, dalla riva al sentiero, era sigillata dal nastro giallo e nero della Gendarmerie Nationale: “Zone Interdite”.
Marcel capì subito che non si trattava di un annegamento.
Non si scatena tutto quel circo per un poveraccio restituito dal mare.
Si mescolò al gruppo, accese la pipa e rimase a osservare in silenzio. Riconobbe qualche volto già incrociato nei giorni precedenti.
Si avvicinò a un anziano pescatore dal viso scegnato dal sale e dal vento.
- Cos’è successo?» chiese sottovoce.
L’uomo scosse la testa, cupo.
- Hanno trovato Adrien. Morto.
- Diavolo… un incidente?
Il pescatore strinse le labbra in una smorfia amara.
- Non è stato un incidente. Adrien correva su questa spiaggia di notte da trent’anni. Non inciampava.
- Forse un malore, o aveva bevuto… - tentò Marcel.
- Adrien non beveva. Al massimo un bicchiere a pasto - tagliò corto il vecchio. - L’ha trovato un ragazzino che cercava conchiglie all’alba. Poveretto, gli è quasi preso un colpo.
- Immagino…
- Con tutto quel sangue, c’era da aspettarselo. - Il pescatore abbassò la voce. - Aveva la testa quasi staccata dal corpo. Un taglio da un orecchio all’altro. Si vedeva l’osso.
- Marcel sentì un brivido freddo lungo la schiena.
- Cristo… è stato ammazzato.
- Già. Non si è certo fatto quel servizio mentre si radeva. - commentò il marinaio con crudele ironia.
In quel momento gli uomini della scientifica chiusero le valigette.
Il fotografo abbassò la macchina.
Tre figure in camice sigillarono il corpo in un sacco nero e lo caricarono sulla barella.
I due infermieri iniziarono a trascinarla sulla sabbia pesante, seguiti dal piccolo corteo di agenti.
Sembrava un funerale misero e malinconico.
Il vento portava l’odore di mare e di morte.
I gabbiani gridavano in lontananza, indifferenti.
Il pescatore, dopo un lungo silenzio, aggiunse piano:
- E non è il primo quest’anno. È sempre lei che viene a prenderseli. Puntuale, ogni nove anni.
Marcel si voltò di scatto.
- Lei chi?
- Quella che prende le nostre le vite e quelle dei discendenti.
Il vecchio si strinse nelle spalle, lo sguardo perso sul mare grigio.
- Quali discendenti? Di cosa sta parlando?
- Lasci perdere. Lei non è di qui. Non può capire.
- Ma mi spieghi. Che sta succedendo?
- No. - Il tono si fece duro. - Sono cose nostre. Non s’impicci.
Il pescatore gli voltò le spalle e si allontanò.
Gli altri presenti fissarono Marcel con aperta ostilità, come si fa con un estraneo che ha ficcato il naso troppo a fondo.
Lui rimase lì ancora un istante, la pipa stretta tra i denti, mentre un senso di inquietudine gli si annidava nello stomaco.
L’accoglienza dei locali non era certo il loro punto forte, pensò amaramente. Strano, per gente che viveva di turismo metà dell’anno.
Eppure, mentre tornava verso il villaggio, non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che qualcosa di molto più oscuro di un semplice omicidio aleggiasse su quella spiaggia.

Alle 16,30 del pomeriggio, come fissato, Marcel arrivò puntuale davanti a una bella casa di pietra grigia affacciata sulle dune.
Il vento portava l’odore di salsedine e alghe, il mare più in là aveva lo stesso colore del piombo del cielo sopra di lui.
Suonò il campanello e attese: finalmente avrebbe avuto materiale concreto per il romanzo.
Dopo un lubgo momento la porta si aprì. Una donna di circa sessant’anni, con i capelli grigi raccolti in uno chignon severo, lo fissò con gli occhi rossi e gonfi. La governate del professore, suppose lui.
- Buongiorno, sono Marcel Dubois. Avevo un appuntamento con il professor Adrien Martin.
- La donna rimase immobile per un istante, come se quelle parole l’avessero colpita fisicamente.
Poi il suo viso si contrasse. Le labbra presero a tremare e, senza preavviso, scoppiò in un pianto disperato, quasi straziante.
Si portò una mano alla bocca, ma non riuscì a trattenere i singhiozzi.
Marcel fece un passo indietro, spiazzato.
- Mi… mi scusi, io… è successo qualcosa? - balbettò.
Madame Thérèse cercò di parlare, ma le parole le morirono in gola.
Riuscì solo a scuotere la testa, mentre le lacrime le rigavano il viso.
Alla fine, con voce rotta e quasi infantile, riuscì a dire:
- Il professore… il professore è morto.
Marcel sentì un vuoto improvviso allo stomaco.
- Come… morto? Quando?
- Questa mattina… l’hanno trovato sulla spiaggia. L'hanno ucciso.
Solo in quel momento, come un’onda gelida, Marcel collegò le immagini: il capannello di gente, i nastri della gendarmeria, la sagoma coperta dal telo bianco che aveva intravisto da lontano.
Quel corpo era Adrien Martin.
Ora comprendeva di quale Adrien avesse parlato il pescatore sulla spiaggia.
Rimase lì, sulla soglia, con la bocca semiaperta, incapace di trovare una frase adeguata.
Si sentiva un intruso, un parigino idiota venuto a chiedere storie di fantasmi mentre il padrone di casa giaceva all’obitorio con la gola squarciata.
Madame Thérèse si asciugò gli occhi con un fazzoletto stropicciato e lo guardò con un misto di dolore e sfinimento.
- Lei… lei è quello che doveva venire oggi per le vecchie leggende, vero?
Marcel annuì, imbarazzatissimo.
- Mi dispiace terribilmente. Non sapevo… non ne avevo idea. Se posso fare qualcosa…
La governante scosse la testa, esausta.
- Nessuno può più fare niente per lui, monsieur.»
Marcel fece un cenno di mestizia col capo.
- Mi scusi ancora», disse a mezza voce mentre si voltava per andarsene.
Aveva fatto pochi passi quando la voce della governante lo richiamò.
- Monsieur, aspetti! Se Adrien le aveva dato un appuntamento, ritengo fosse per lui una cosa importante.
Marcel si fermò ad ascoltarla.
- Se aveva preparato qualcosa per lei, credo che il modo migliore di ricordarlo sia farle avere quel materiale. Io non saprei dove mettere le mani, ma il suo giovane assistente, che lo seguiva nel lavoro, forse è in grado di aiutarla.
- Non vorrei dare fastidio anche a lui.
- Oggi non verrà, è impegnato con la gendarmeria. Ma se lo chiama domani potreste vedervi.


Il mattino dopo Marcel aspettò le nove e mezzo prima di comporre il numero di casa del professore.
Il telefono squillò a lungo. Stava quasi per riattaccare quando una voce giovane, leggermente rauca, rispose.
- Pronto?
- Buongiorno, parlo con Lucas Moreau, l’assistente del professor Adriene?
Un breve silenzio.
- Sì, sono io. - Il tono era diffidente, stanco.
Marcel si schiarì la voce, a disagio.
- Sono Marcel Dubois. Avevo già parlato con lei per fissare un appuntamento con il professore ieri pomeriggio… per le ricerche sulle leggende locali. Purtroppo ho saputo quanto è successo e ne sono davvero addolorato. Ma Madame Thérèse mi ha detto che forse lei potrebbe aiutarmi con il materiale che il professore aveva preparato.
Dall’altra parte sentì un respiro pesante.
Quando Lucas parlò di nuovo, la voce era più bassa, quasi spezzata.
- Già… Madame Thérèse mi aveva avvisato. Senta, io… non so bene cosa dirle. Adriene non mi ha parlato di questa cosa tra voi. Sicuramente aveva raccolto del materiale utile. Ma non so esattamente cosa.
- Marcel strinse più forte il telefono.
- Capisco che sia un momento terribile. Non voglio essere invadente. Se preferisce rimandare tutto, lo comprendo perfettamente.
Un altro silenzio, più lungo.
- No, no… Adriene ci teneva a questo incontro. Diceva che lei era “la persona giusta” per raccontare certe storie. Mi lasci il tempo di guardare fra le carte del professore, se trovo qualcosa la richiamo.
- Non posso che essergliene debitore Lucas. Mi sta dando un grande aiuto. Restiamo d'accordo che se trova qualcosa mi richiama. Se non dovessi esserci lasci detto dove e a che ora incontrarci.
- D'accordo mosieur Dubois, buona giornata. Ah! Ancora una cosa. La gendarmeria mi ha già interrogato due volte. Mi hanno chiesto anche di lei. Le consiglio di essere… prudente con quello che dice.
- La ringrazio Lucas. Arrivederci.
Nel riattaccare rilevò nuovamente quel ronzio di fondo che aveva accompagnato la telefonata di due giorni prima

Stava bevendo un caffè nero davanti alla finestra della saletta delle colazioni, quando sentì suonare nella stanza attigua il campanello sopra la porta d’entrata.
Dalla voce si trattava di due uomini che parlavano con René.
Poco dopo l'inserviente entrò nella saletta.
- Monsieur, ci sono due persone che chiedono di lei.
Marcel, perplesso, uscì a incontrarli.
Quello più anziano, sui cinquant’anni, portava i gradi di maggiore e aveva l’aria di chi non dormiva da due notti.
L’altro, più giovane, era in uniforme e teneva un taccuino in mano.
- Monsieur Dubois?
- Sì, sono io.
- Maggiore Laurent Vallin, comandante della brigata di gendarmeria di Escalles-sur-Dunes. Questo è il maresciallo Roux. Avremmo bisogno di parlarle.
Non era una richiesta. Il tono era cortese ma fermo, di chi è abituato a essere obbedito senza alzare la voce.
- Si tratta di Adrien Martin? - chiese Marcel, sentendo già una stretta allo stomaco.
Vallin lo guardò un secondo di troppo.
- Vedo che è già informato. Meglio così. Le chiediamo di seguirci in caserma per una deposizione, come persona informata dei fatti.
Marcel annuì, si infilò il field jacket e li seguì.
Mezz’ora dopo si ritrovò in una stanza spoglia della brigata: pareti color crema scrostato, un tavolo, tre sedie e un registratore digitale.
Non era una sala interrogatori vera e propria, ma ci assomigliava molto.
Il maggiore Vallin sedette di fronte a lui, mentre il maresciallo rimaneva in piedi vicino alla porta.
- Lei è arrivato da Parigi tre giorni fa, giusto?
- Sì.
- Alloggia alla Maison de Madame Auger, in rue des Dunes.
Non era una domanda.
- Esatto.
Vallin aprì una cartellina sottile.
- Adrien Martin doveva incontrarla ieri pomeriggio alle 16:30 a casa sua. È corretto?
Marcel sentì un brivido. Qualcuno li aveva sentiti al bistrot di Gaspard.
In quel villaggio anche le pietre avevano orecchie. Poi ricordò che Lucas Moreau era stato sentito dalla gendarmeria, quindi l'informazione veniva da lui, si rilassò leggermente.
- Sì. Adrien era… è un antropologo. Doveva fornirmi del materiale sulle leggende della Côte d’Opale. Sto raccogliendo fonti per un romanzo ambientato qui.
Il maggiore non sorrise.
- Che tipo di leggende?
- Storie di naufragi, fantasmi, rituali legati al mare… cose antiche. Adrien conosceva bene il folklore locale.
Vallin annotò qualcosa, poi alzò gli occhi.
- Sa come è morto, Monsieur Dubois?
Marcel scosse la testa.
- I paesani sulla spiaggia parlavano di un taglio profondo alla gola, ma nient’altro.
Vallin lo fissò.
Non è stato solo un taglio alla gola. E la modalità rende tutto più inquietante.
Nella stanza scese un silenzio denso.
Vallin lasciò che le parole facessero effetto.
Per ora le basti sapere che non è stato usato un coltello comune. È una cosa più… artigianale. E molto professionale.
Marcel strizzò gli occhi.
- Professionale? - Vallin ignorò la domanda e lo incalzò:
- Lei dov’era ieri notte tra le ventidue e l’una?
- Dormivo nella mia camera, ovviamente. Può chiedere al B&B, non sono uscito. A quell’ora chiudono l’ingresso.
- Certo - rispose Vallin fissandolo dritto negli occhi.
- Ma come tutti i clienti, avrà avuto anche lei una chiave della porta principale, no?
- Sì… certo. - rispose Marcel con tono incerto. Sentì il sangue defluirgli dal viso. Vallin abbassò lo sguardo sulla cartellina con un sorriso appena accennato.
- Lei lo aveva mai incontrato prima dell'altra sera?
- No, mai. Abbiamo scambiato due parole nel bistrot. Mi ha lasciato il suo biglietto da visita per concordare un appuntamento.
- Le chiedo di pensare bene a tutto quello che vi siete detti, anche il dettaglio più insignificante. Qualcuno vi ha sentito mentre vi davate appuntamento? Le ha detto qualcosa di strano?»
- No. Abbiamo fissato l’incontro al telefono. Era cordiale, nulla di più.
D’accordo per ora, monsieur Dubois. Non può lasciare il villaggio fino a nuovo ordine e deve tenersi a disposizione. Se le venisse in mente qualsiasi cosa, ci contatti immediatamente.
- Certo.
Uscì dalla gendarmeria stranito. Accese la pipa e rimase a lungo a osservare le strade e le case.
Chiuse la zip del giaccone. Il vento sembrava improvvisamente più freddo.


Al rientro alla Maison de Madame Auger René lo salutò.
- Tutto bene monsieur? - A Marcel parve di cogliergli negli occhi un lampo maligno.
- Per ora direi di sì René. - disse stanco.
- Ha chiamato Lucas Moreau, l’assistente del defunto professor Adrien. MI ha incaricato di riferirle che potrete incontrarvi domani pomeriggio. Verso le tre al caffè vicino al porto, Le Vieux Phare. È un posto tranquillo.

(Continua)

Juliette – Capitolo 8 testo di Nigthafter
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